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venerdì 16 marzo 2012

I FRATELLI PETICCA


UN’ESPLOSIONE DI ENERGIA
Jasmine Peticca è la mascotte della Volsci Rugby Rosa. Frequenta la terza media ed ha tanti sogni nel cassetto, tra cui quelli di frequentare il conservatorio e di diventare una farmacista. Lo sport, però, rimane una delle sue più grandi passioni, soprattutto da quando ha conosciuto il rugby. Perché giochi a rugby?
“Gioco a rugby perché è uno sport magnifico che ti permette di scatenare tutta la tua energia. Grazie a mio fratello Kevin ho conosciuto la Volsci e mi sono affezionata ai giocatori tanto da decidere di iniziare a giocare anche io.”
Come ti sembra fare parte di una squadra?
“Per me è una cosa nuova. Ho iniziato a fare sport da piccolina, perché i miei genitori sono entrambi degli sportivi, ma è la prima volta che faccio parte di una squadra. Ho fatto danza classica e danza moderna, basket, nuoto e per un breve periodo anche hip-hop.”
Da chi hai ereditato, principalmente, la passione per lo sport, da mamma o da papà?
“Probabilmente è stata principalmente mamma a trasmettermi questa passione. Lei ha sempre fatto sport, atletica leggera e altro. Anche papà ama lo sport, ma meno accanitamente di mamma.”
C’è uno sport amato da tutta la tua famiglia?
“Lo sport che ci unisce è il rugby. A casa non guardiamo mai il calcio, ma quando sappiamo che in tv trasmettono una partita di rugby la vediamo con molto piacere. Papà, Leonardo Peticca, fa parte dello staff tecnico della Volsci, mentre mamma, Katia Moncelli, è stata per un periodo la preparatrice atletica della Volsci Rosa. E io e mio fratello Kevin ormai siamo dei bravi rugbisti!”
Com’è il rapporto con le tue compagne di squadra, visto che loro sono molto più grandi di te?
“Con le mie compagne di squadra mi trovo bene perché gli allenamenti non sono mai pesanti, si scherza, si ride e anche se loro sono più grandi di me abbiamo molte cose in comune. Certo, la differenza di età un po’ si nota, ma non mi dà fastidio, anzi mi piace essere la più piccolina, perché vengo un po’ considerata la mascotte della squadra.”
E con l’allenatore invece, come ti trovi?
“Il Mister Domenico Altobelli mi fa sempre divertire agli allenamenti. È molto bravo perché usa tutta la sua simpatia per mascherare la fatica degli esercizi.”


BISOGNA SEMPRE CREDERE IN SE STESSI
Kevin Peticca è un giovane uomo, sicuro di sé e delle proprie capacità, pieno di talento, di energia, ma anche con tanta voglia di migliorare. Sogna un futuro in Serie A e chissà se il suo sogno si realizzerà anche grazie alla militanza nella Volsci Rugby…
Quando hai conosciuto il rugby?
“Gioco a rugby da poco più di un anno. Qualche anno fa, durante una scampagnata, ho conosciuto alcuni dei componenti della Volsci amici dei miei genitori. Avevo circa 9-10 anni e la cosa non mi ha incuriosito molto. Poco più di un anno fa un mio amico mi ha chiesto di andare con lui a vedere una partita della Volsci. Il rugby mi ha subito appassionato, così ho cominciato a giocare.”
Cosa ti piace di questo sport?
“Adoro gli sport di contatto. Prima del rugby ho fatto nuoto e basket, però non è stato subito amore come con il rugby. Il rugby è uno sport molto leale dove si può dare il cuore però se non c’è la testa non giochi bene. Sembra uno sport dove l’importanza è data solo alla prestanza fisica, invece non è così. soprattutto bisogna avere tanto coraggio per giocare, per non restare impietrito di fronte ad avversari grossi il triplo di te.”
Credi sia difficile giocare in una squadra costituita principalmente da persone molto più grandi di te?
“Per quel che mi riguarda sono molto contento che i miei compagni di squadra siano più grandi di me perché posso imparare molte cose da ognuno di loro. Certo mi piace stare assieme ai miei coetanei, ma è difficile imparare da chi ha poche esperienze alle spalle.”
Hai sogni nel cassetto?
“È da un po’ che sogno la Serie A. Mi manca ancora qualche anno al diploma, quindi so bene che per un po’ dovrò restare a Sora, ma come tutti i ragazzi della mia età sogno di spiegare presto le ali da solo, lontano da mamma e papà e credo che Padova sia proprio la città che faccia al caso mio. Mi piace la loro squadra di rugby e mi piace la città, ma per il momento resta solo un sogno!”

lunedì 27 febbraio 2012

ASD Volsci Rugby Sora - Old Pescara Rugby

Dopo una breve pausa, dovuta al cattivo tempo, la Volsci riprende l'ascesa verso la vetta della classifica. Si è concluso 20 a 0 l'incontro tra ASD Volsci Rugby Sora e Old Pescara Rugby. Un incontro che ha visto i due colossi del Campionato di serie C regione Abruzzo combattere fino all'ultimo minuto di gioco. A niente è valso l'impegno e la tenacia degli abruzzesi, costretti a soccombere sotto l'audacia sorana.

domenica 26 febbraio 2012

Federica Mattei, Mirko Tatangelo




CHE PASSIONE L’ARTE!
Federica Mattei poteva diventare un’artista, ma è troppo timida per
mostrare i suoi capolavori agli altri. Sebbene non lo dia a vedere, è molto
riservata e custodisce gelosamente i suoi piccoli segreti. Come nascono le tue opere d’arte?
“Devo correggerti, non sono tanto presuntuosa da definire i miei lavori opere d’arte. Quando realizzo un dipinto, un disegno o qualsiasi altra cosa non sto troppo su a pensarci. Prendo la prima cosa che mi capita tra le mani e la utilizzo come meglio credo senza stare a riflettere troppo sul da farsi. L’arte rappresenta il mio modo di liberarmi dalle tensioni accumulate durante la giornata. È importante che
ognuno di noi si ritagli i propri spazi, dei momenti in cui stare da solo per
dedicarsi solo a se stessi, e l’arte è il mio momento.”
Oltre alla modestia appena dimostrata, quali sono gli altri aspetti del tuo carattere?
“Sono una persona calmissima e giusta. Mi danno fastidio le persone false e sono poco tollerante verso chi cerca di apparire diverso da quello che è solo per ottenere dei vantaggi.”
Sul campo da rugby, invece, come sei?
“Anche lì resto calma se l’avversario gioca correttamente, altrimenti mi arrabbio. A differenza degli altri momenti della giornata, però, in campo divento spaventosamente cattiva. Non si tratta di una cattiveria nociva. Non voglio fare male all’avversario, né voglio essere scorretta. È come se indossassi una corazza che mi rende forte e capace di affrontare l’avversario. Non è facile da spiegare perché gioco a rugby da poco, quindi ancora non capisco bene nemmeno io cosa mi succede in quel momento.”
Perché giochi a rugby?
“È da tanto che desideravo una squadra femminile. Sono ormai circa sei anni che seguo la Volsci. Ne sono innamorata da sempre e la nascita di una squadra femminile è quello che aspettavo da molto.”
Cosa ti piace del rugby?
“Quello che preferisco è sicuramente il contatto sul campo. Anche se molti miei colleghi non sono d’accordo, io adoro il campo dove giochiamo adesso. Mi piace giocare all’aperto e sono contenta quando piove perché mi posso sporcare tutta di fango. Che bello giocare sotto le intemperie e sporcarsi! Al di là di questo, del rugby mi piace anche il fatto che ognuno è indispensabile per l’altro. Il singolo soccombe sotto l’altrui benessere. Tutti sono indispensabili e importanti allo stesso modo.”


DA UNA SCONFITTA C’È SEMPRE DA IMPARARE
Non ha tempo da perdere in frivolezze il nostro Capitano Mirko Tatangelo, sempre super impegnato con il lavoro e con la Volsci. Come hai conosciuto il rugby?
“Ho sentito per la prima volta parlare di rugby da un estraneo che una sera al pub decantava le lodi di questo sport e della sua squadra, il Casalattico. Poi pian piano ho cominciato a informarmi, però la prima volta in campo mi ci ha portato il grande Big Foot Mirko Sardellitti. Mi è piaciuto subito. I primi allenamenti mi sentivo realizzato, mi sentivo di far parte di una squadra e mi sentivo veramente bene. Dopo cinque anni ho la stessa sensazione.”
Come ti senti dopo una sconfitta?
“Dopo una sconfitta la voglia di giocare aumenta, perché vuol dire che tu hai un limite. La sconfitta è giustificata dalle tue limitate capacità. Non significa solo che c’è qualcuno che è più forte di te. Il rugby è uno sport dove non vince il più forte, vince colui che ha saputo meglio sfruttare la situazione. Devi usare le tue doti al meglio. Non c’è una regola ben precisa, è come la guerra, ogni battaglia ha la sua storia. Non è ripetitivo, ogni domenica puoi usare una strategia diversa, devi usare una strategia diversa. Più volte cambi la tua strategia e più hai possibilità di vincere. Devi essere un passo avanti all’avversario. È più importante la tecnica che la forza che usi.”
Ti definiresti un bravo rugbista?
“Non so se mi posso definire un bravo rugbista, certo è che quando entro in campo cerco di usare al massimo il cervello, anche se a volte si spegne. A chi non gioca sembra talmente semplice come gioco, perché prende in considerazione solo le regole senza dar peso alle emozioni, alla rabbia, alle incomprensioni con i compagni…”
Cosa ci racconti del terzo tempo?
“Io sono uno che il terzo tempo lo vive con passione. Il terzo tempo è uno dei fattori che mi spinge ancora a giocare a rugby perché è una cosa che ha dello spettacolare. È bello il fatto che dopo esserti massacrato con una persona finisce tutto, amici come prima. Anche se hai perso hai un motivo per festeggiare il terzo tempo, anzi ne hai uno in più perché devi ringraziare l’avversario che ti ha dato prova di capire che hai tanto da migliorare, che devi crescere. Bisogna sempre ricordare che l’avversario non vince perché è più forte fisicamente o perché ha qualcosa di più di te. Vince perché ha gestito meglio la partita o perché si è allenato di più per gestire meglio la partita.”
Cosa speri per il tuo futuro?
“Mi piacerebbe tanto far crescere l’azienda che ora è di mio padre e che in futuro sarà la mia. Sicuramente poi vorrei avere una famiglia prosperosa. Non sono ancora innamorato, forse perché non trovo la donna che cerco o perché non la voglio in questo periodo, questo lo devo ancora capire!”

sabato 18 febbraio 2012

Andrea Simone, Tania Bellisario, Sandro Mattei



UN GLORIOSO FUTURO
Andrea Simone ha otto anni e ½ e una grande responsabilità, è un fratello maggiore! Non è facile fare sempre la cosa giusta, soprattutto quando si è così piccoli, però lui ce la mette tutta. I consigli del Mister e l’amicizia dei suoi compagni di squadra, sono preziosi per la sua crescita, perché gli insegnano quant’è bello sentirsi parte di un gruppo. Forse è per questo che Andrea ha deciso che da grande farà il rugbista di professione. Una scelta impegnativa, che richiederà sacrifici e costanza, ma che alla fine sarà sicuramente premiata. Ora però, nell’attesa di una carriera gloriosa, meglio continuare ad impegnarsi nel non fare arrabbiare la mamma e nell’essere meno dispettoso con il fratellino più piccolo.

LO SPORT È LA MIA VITA!
Tania Bellisario è una professionista dello sport. Laureata in Scienze Motorie con una specializzazione in scienze e Tecniche dello Sport, è un’allenatrice di ginnastica artistica, allena i bambini del mini-rugby ed è una rugbista della BPC Volsci Rugby Sora. Quali sono le qualità che ti rendono una brava allenatrice?
“Sono molto allegra, positiva, vedo il bicchiere sempre mezzo pieno. È questo che cerco di trasmettere ai miei allievi, il mio ottimismo. Alle cose brutte non bisogna pensarci, perché quelle non le possiamo cambiare, invece possiamo cercare di migliorare quello che siamo e quello che ci circonda. Non mi piace la competitività, bisogna fare sport per divertirsi, perché lo sport fa star bene.”
Quali sono, invece, le qualità che ti rendono una brava giocatrice di rugby?“Secondo me la velocità. La ginnastica aritmica che ho sempre praticato fin da quando ero piccolina, mio ha insegnato poi la coordinazione.”
Ti ritieni una brava compagna di squadra, aldilà del valore sportivo?“Sì. Io sono una persona che cerca sempre di aiutare gli altri, faccio sempre molto sostegno. Quando vedo che una persona è in difficoltà mi prodigo per aiutarla. Questo, all’inizio, mi portava a commettere molti errori quando giocavo a rugby perché, per istinto, andavo anche dove non dovevo andare.”
Come nasce la passione per il rugby?
“Quando studiavo a L’Aquila abitavo sopra lo stadio dove si allenava la locale squadra di rugby. La domenica sentivamo sempre il chiasso che facevano mentre giocavano, così io e una mia amica abbiamo deciso di andare a vedere una partita. Guardandoli giocare mi sono subito appassionata perché è un gioco molto veloce, senza punti morti. Da quel momento ho iniziato a vedere anche le partite in televisione, anche se non capivo bene cosa succedeva in campo. Le regole le ho imparate solo al terzo anno di università.”
Come hai conosciuto la Volsci?
“Lavoravo già da qualche anno nel rugby quando un mio amico mi ha detto che anche lui praticava questo sport. Gli ho promesso di andare a vedere un allenamento, ma non trovavo mai il tempo. Poi due anni fa ho letto sul giornale un articolo sulla Volsci. Visto che si allenavano a Sora, ho chiesto a quel mio amico di mettermi in contatto con loro. Mi ha fatto parlare con Paolo Faticanti e con Gianluigi Palombo che hanno accolto con piacere la mia proposta di aiutarli con il mini-rugby.”
Ti piace di più allenare i bambini o gli adulti?
“Penso che l’attività sportiva non sia solo un divertimento o un’attività per restare in forma. È anche un mezzo di crescita personale, emotiva. Lavorare con i bambini è uno stimolo per dare qualcosa in più alle persone, perché il bambino pretende di imparare sempre dagli adulti. Attraverso l’attività sportiva io cerco di far superare ai bambini i loro ostacoli fisici ed emotivi. Per un bambino timido, fare un placcaggio o cadere a terra è molto difficile. Riuscire a fargli toccare un’altra persona, a farlo buttare a terra, è una grande soddisfazione. Per me non è importante che loro vincano o che facciano bene un passaggio. È più importante che si liberino emotivamente. Tutto questo diventa più difficile quando si allena gli adulti perché loro sono già formati. Anche quando mi alleno con la Volsci Rosa fatico a restare seria per tutta la durata dell’allenamento. Con i ragazzini io scherzo sempre per non rendere la lezione troppo pesante, con gli adulti non lo puoi fare e quindi mi annoio. “
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
“Spero di continuare ad allenare i ragazzini e di far crescere la popolarità del rugby. Naturalmente voglio anche continuare a fare lezione di ginnastica aritmica. Tutti i miei altri progetti nella vita sono legati a questo. Lo sport è la mia vita. È da quando avevo 10 anni che sognavo di fare questo lavoro e certamente non lo lascerò.”

IL RUGBY È INANZITUTTO RISPETTO DELL’AVVERSARIO
“Più son grossi e più si vergognano”. Frequentando i ragazzi della Volsci ci si rende conto che l’apparenza inganna quasi sempre. Ti avvicini a uomini che sono alti quasi il doppio di te, per non parlare della larghezza delle loro spalle confrontate con le tue; uomini abituati al contatto fisico, alla lotta con avversari grossi quanto loro, e subito pensi “questo è uno che non ha paura di niente”… Invece presto mostrano le loro “debolezze” di uomini comuni, che si imbarazzano quando il tuo sguardo inquisitorio si incrocia con il loro e che iniziano a balbettare quando la conversazione entra troppo nel personale. Sandro Mattei è proprio uno di questi uomini, la dimostrazione che non importa la mole fisica se non si hanno il cuore, il coraggio, il rispetto, l’intelligenza, la prontezza dei riflessi. L’insieme di tutte queste caratteristiche è essenziale per essere un grande uomo e un bravo rugbista. Quando hai iniziato a giocare a rugby?
“Gioco a rugby da otto anni. Ho iniziato quando la Volsci si chiamava ancora Casalattico Rugby. Un giorno un mio amico, Luca Cadoni, mio ha detto se volevo provare a giocare a rugby. Mi ha portato sul campo a fare un allenamento di prova e mi è piaciuto subito.”
Cosa hai pensato quella prima volta?
“Ho subito capito che non è uno sport adatto a tutti. Ci vuole coraggio per giocare, perché è uno sport di contatto, è uno sport di lotta e bisogna avere tanta tenacia per farlo. Non è una questione di costituzione fisica, puoi anche essere alto un metro, l’importante è che tu abbia cuore e coraggio.”
Tu che tipo di persona sei?
“Caratterialmente sono buono, molto buono, ma se mi fai arrabbiare…Mi apro subito, entro subito in confidenza con le persone, ma basta che sbagli una sola volta con me e chiudo subito ogni rapporto. Da ragazzino ero un bulletto. Naturalmente non ho mai combinato niente di grave. Ero mediamente più alto degli altri ragazzini e per questo erano tutti un po’ intimoriti da me. Sebbene io non facessi niente per provocare in loro questo sentimento, non cercavo nemmeno di persuaderli del contrario, così finiva che mi sentivo sempre superiore agli altri. Questo sport mi ha aiutato a capire che ragionare in questa maniera è sbagliata. Si deve sempre rispettare chi si ha davanti.”
Ti piace rispettare le regole?
“Naturalmente no. Ho sempre odiato rispettare le regole, però vivo quelle del rugby in modo diverso dalle altre. So che se non rispetto quelle regole non posso giocare a rugby e le rispetto per questo.”
C’è un episodio che ricordi con particolare piacere?
“Le prime partite giocate con la Casalattico Rugby, i mie primi approcci in campo con l’avversario. Alla prima partita ero molto teso, avevo molta paura. Non era paura del contatto, ero molto impacciato e non sapevo cosa fare, però poi man mano che è passato il tempo, giocando, mi sono tranquillizzato.”
C’è un rito che fai prima di ogni partita?
“Prima di ogni partita resto qualche minuto con la testa sotto l’acqua che sgorga dalla doccia e sto un po’ così per concentrarmi.”
Cosa ti piace del rugby?
“Mi piace molto perché è uno sport di contatto. Durante una partita io posso decidere il destino del mio avversario, mentre il mio destino è nelle sue mani. Io posso fare quello che voglio del mio avversario, ma devo essere anche molto attento perché lui può fare lo stesso di me.”
Alleni ancora i bambini della mini-rugby?
“Per motivi di lavoro ho lasciato, con rammarico perché mi piace allenare i bambini, è una cosa bellissima. Con loro riesco a tirare fuori quello che ho dentro, dentro il cuore. La prima cosa che cerco sempre di insegnare loro e che devono avere coraggio per andare in campo. Al di fuori del lato puramente tecnico, è importante lavorare prima sulla testa. Lavorare sul bambino significa fargli capire che il gruppo è fondamentale, che chi c’è accanto a te è un fratello, nessuno lo deve toccare, lo devi proteggere.”

lunedì 13 febbraio 2012

Valentino Vitale, Rocchina Petricca, Federico Tomassi


UN SOLO COMANDAMENTO: DIFFONDERE IL VERBO
Valentino Vitale è un pezzo di storia della Volsci. L’idea di una squadra di rugby nella provincia di Frosinone nasce anche grazie a lui. Armato di una palla ovale e di nessuna conoscenza tecnica ha iniziato, sette anni fa, a "diffondere il verbo del rugby", come dice lui. Quando si è accesa la
lampadina che ti ha spinto a creare una squadra di rugby?
“Io e Gianluigi Palombo guardavamo le partite di rugby in televisione sognando di creare una nostra squadra. Una sera, in un pub, abbiamo deciso di mettere in atto il nostro progetto. C’erano dei ragazzi che conoscevamo al tavolo vicino al nostro e gli abbiamo chiesto se volevano partecipare al progetto. Sono scoppiati a ridere. La reazione di tutti quelli a cui parlavamo della nostra squadra, all’inizio, era sempre di derisione. Ma sono stati proprio i ragazzi che all'inizio ci schernivano i primi a partecipare ai nostri allenamenti e ad entrare a far parte della squadra.”
Eravate preparati alle difficoltà che sorgono quando si crea una squadra?
“In realtà non eravamo preparati nemmeno a giocare. Il primo allenatore della squadra sono stato io, mentendo a tutti. Non avevo mai giocato realmente a rugby. Avevo visto tante partite in televisione, ma conoscevo le regole solo perché le avevo lette sul sito della Federazione. Il 4 aprile 2004, quando abbiamo fatto il primo allenamento, ho detto a tutti che avevo il tesserino da allenatore invece non era vero. Qualcuno dei miei compagni ha saputo che quella era una menzogna solo un anno fa. Quello che per me era importante allora, anche se non potevo insegnare a nessuno come si effettuava tecnicamente un passaggio visto che non lo sapevo nemmeno io, era far appassionare i ragazzi al rugby.”
Come si è evoluta poi la squadra?
“Io sono stato allenatore solo per le prime settimane. Poi è arrivato Florin Copisteanu, il primo vero allenatore della squadra. Ex nazionale rumena, è stato lui a dare il la alla squadra, a colmare tutte le nostre lacune tecniche. La base ce l’ha data lui, anche se poi con Damiano Massari c’è stato un ulteriore passo in avanti, questo non lo dobbiamo dimenticare.”
I primi anni eravate tutti a Roma per motivi di studio, cosa ricordi degli allenamenti davanti lo spiazzale del Policlinico di Tor Vergata?
“Già era stano che noi ci allenavamo dove di giorno, di solito, le persone si siedono per mangiare il pranzo. Era un prato di 3 metri per 4 e noi ci andavamo a fare i placcaggi, una cosa assurda! Eravamo io, Domenico Cirelli e Romolo Cortina. La cosa che ricordo con più piacere è lo spirito che ci legava. Ogni notizia che ci potevamo scambiare durante il viaggio in autobus era magia.”
Ci racconti qualche aneddoto legato alle prime partite?
“Noi a fare allenamento sopra a Campoli con lo scudo fatto dalla nonna di Gianluigi. Era un cuscino con una stringa cucita a mano. Oppure quando abbiamo chiamato la squadra di Avezzano che ci ha subito regalato i primi palloni capendo che eravamo dei matti. O ancora l’allenamento durante il quale Federico Mufloni detto Muflè, che giocava in nazionale, mi ha detto di diffondere il verbo del rugby. I ricordi sono tanti, uno più meraviglioso dell'altro...”
Cosa rende un rugbista, un bravo rugbista?
“Non deve mai perdere la lucidità, per giocare meglio e per non perdere il passaggio. Un ottimo rugbista è quello che mantiene la lucidità e che è tecnicamente dotato. In Nazionale la preparazione fisica conta il 70-80%.”
Quali sono le doti che rendono te un bravo rugbista?
“Sono sicuro di non avere il fisico. Mi manca la lucidità perché non mi alleno tanto a causa del lavoro. Però penso che quando entro in campo do il mio contributo. Non sono magari fondamentale, però posso fare la differenza.”
Cosa ti aspetti che la Volsci riesca a fare quest’anno?
“Mi auguro soprattutto di andare in serie B, ma ancor prima mi auguro di riuscire ad avere un campo tutto nostro e di rafforzare il nostro settore giovanile. Per i bambini è importante giocare a rugby perché fa parte della natura umana voler prendere il pallone con le mani, e non solo calciarlo, o volere sporcarsi con il fango. Ogni bambino ha questi istinti, mi chiedo quando i genitori lo capiranno! “
Perché, secondo te, il rugby è ancora così poco valorizzato?
“Mi piacerebbe che il rugby fosse condiviso da molte più persone, però il fatto che questo non avvenga è anche un bene. Meglio crescere lentamente e puntare tutto sui valori, piuttosto che conquistare subito una grande fama e diventare marcio a causa del dio Denaro.”


SOGNANDO L’AUSTRALIA…
Il sogno di Rocchina Chiara Petricca, una volta laureata, è quello di trasferirsi per un lungo periodo in Australia, sua patria natia. Ma non sarà facile per lei, visto che la Volsci Rugby Rosa farà il possibile per persuaderla da quel proposito e per non perderla. Quando ti sei avvicinata alla Volsci?
“Conosco Valentino Vitale, pilastro della squadra, da una vita. Assieme a lui ho visto la Volsci nascere. Le nostre strade si sono poi divise e io ho smesso di seguire la squadra. La mia passione si è riaccesa circa tre anni fa, per poi diventare più assidua l’anno scorso quando ho iniziato ad allenarmi con la Volsci Rosa.”
Perché hai deciso di aderire a questo progetto?
“Innanzitutto perché credo nella serietà e nella caparbietà di questa società. Invogliata da Domenico Altobelli, ho iniziato a giocare a rugby quando eravamo solo quattro/cinque ragazze. Non conoscevamo bene le regole, ma poi siamo entrate nello spirito del gioco e la nostra passione è cresciuta assieme alla squadra.”
Cosa pensi del rugby?
“È impossibile conoscerlo da fuori. Tutti lo considerano violento, non adatto alle donne, dimenticando che la lotta è lo sport più antico del mondo. Io, invece, da laureanda in psicologia clinica, penso sia molto indicato per le persone timide ed introverse. Nella nostra squadra, ad esempio, sono proprio le atlete più timide a buttarsi più facilmente nella mischia. Essendo uno sport di squadra, inoltre, è adatto anche ai bambini perché insegna loro a stare con gli altri.”
Anche tu sei timida come alcune tue compagne?
“Al contrario, io sono una ribelle. Odio le imposizioni quindi se faccio qualcosa è solo perché sono io a volerlo. Diciamo che mi piace sempre stare un po’ al margine degli schemi, senza trasgredire ma senza nemmeno seguire la massa. Sono anche una che sorride sempre. Il sorriso non l’utilizzo, però, solo quando sono felice, ma anche come un’arma, perché un sorriso può suscitare gioia in chi ti guarda ma può anche svilire l’avversario che pensava di averti sconfitto.”
Quale progetto hai per il futuro, oltre naturalmente l’Australia?
“Non penso mai al domani, preferisco pensare all’oggi. Anche se ho tantissime ambizioni e progetti, preferisco concentrarmi solo su quello che posso fare oggi altrimenti rischio di perdermi qualcosa di importante.”


UNA FAMIGLIA SPECIALE
Per Federico Tomassi la Volsci è davvero una famiglia: c’è papà Paolo (Faticanti, il Presidente), ci sono 46 fratelli (i componenti della squadra) e gli zii (lo staff tecnico). Lui si sente un po’ come il figlio di mezzo. È arrivato in squadra cinque anni fa, quindi in po’ dopo la sua nascita. I giocatori più “anziani”, quelli che sono con la Volsci dal 1995, quando la società si è costituita, sono i fratelli maggiori, quelli che lo consigliano e dalla cui maggiore esperienza trae insegnamento. Poi ci sono i “più giovani”, che sono in squadra da meno tempo e che Federico guida, proprio come farebbe con un fratello più piccolo, nella crescita sportiva. Infine, c’è lo staff tecnico, tanti zii che lavorano per il benessere della famiglia. Cosa rappresentano tutte queste persone per te?
“ Tutti loro sono dei punti fermi, persone importanti nella mia vita dentro e fuori dal campo. Per motivi diversi,sono affezionato ad ognuno di loro, non potrei fare a meno di nessuno. L’allenatore è il mio mentore, rappresenta il maestro di vita di cui tutti avrebbero bisogno. Per un ragazzo semplice, timido e legato ai valori della famiglia, dell’amicizia e del rispetto come me è molo importante tutto questo. Mi guidano costantemente verso il meglio, verso il bene, spingendomi a migliorare. Sono abituato al sacrificio, ma avere qualcuno affianco che ti guida e che crede in te rende ogni cosa più facile, più piacevole e meno gravosa.”
Qual è il momento più bello condiviso con la tua “famiglia”?
“I ricordi sono tanti. Ogni momento passato con loro è un bel momento. Un giorno che sicuramente non dimenticherò mai è quello della mia prima partita ufficiale. Giocavamo fuori casa. È stato quello il giorno del mio battesimo come rugbista.”
Perché lo consideri un momento indimenticabile?
“Per i sentimenti contrastanti provati in quel momento. All’inizio ero emozionato e al tempo stesso preoccupato. Era la prima volta che affrontavo un vero avversario. Non mi sentivo ancora pronto. Pensavo di essere impreparato a fare quello che mi si chiedeva. Per fortuna, però, avevo affianco i miei fratelli maggiori. Ricordo che mi sono lasciato guidare da Luca Cadoni ed è andato tutto benissimo. Sono stato molto orgoglioso di me in quel momento e sapevo che lo erano anche tutti i miei compagni. L’ho capito dai loro occhi e dai loro sorrisi più che dalle parole.”
Tutti gli altri bei ricordi a cosa sono legati?
“Gli altri ricordi sono fatti di mete, di vittorie, ma anche di sconfitte. Ricordo ognuno di quei momenti con grande piacere, perché nella vita anche gli errori servono a crescere e come stimolo per fare meglio.”
Quando sei arrivato nella Volsci, è questo che ti aspettavi di trovare?
“In realtà sì. Sono un tifoso rugbista da sempre, quindi conoscevo già il forte legame che si crea all’interno di una squadra di rugbisti.”
Cosa ti piace del rugby?
“Inanzitutto il rispetto reciproco che c’è all’interno della squadra e che diventa un aspetto primario in ogni tipo di relazione. In secondo luogo non potrei mai rinunciare ai rapporti interpersonali che si creano all’interno della squadra. In terzo luogo, ma non per importanza, il rito del terzo tempo.”
Tutti decantano le lodi del terzo tempo, ci spiegheresti come mai?
“Lo chiedi alla persona giusta. Io sono il più grande appassionato del terzo tempo. La mia passione smodata per questo momento è comprensibile solo se vi si partecipa. Una volta provato non se ne può fare più a meno. Il terzo tempo è una valvola di sfogo, grazie alla quale scarichi tutta la tensione accumulata durante la partita. Durante il terzo tempo ti rilassi e dimentichi tutto, anche i precedenti 80 minuti di fatica.”
Cosa ti prefiggi per il futuro?
“La conquista della serie B. ogni giorno dedico tutte le mie energie alla Volsci e continuerò a farlo, finché il fisico me lo consentirà, e sono convinto che presto, tutti insieme, riusciremo a realizzare questo sogno.”

Pensieri ovali

A rugby si gioca con le mani e con i piedi ma soprattutto con la testa e con il cuore .Diego Domingez ex naz italiana

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